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Arte antica Estetica e Filosofia

Come gli antichi raffiguravano la morte di Lessing

Come gli antichi raffiguravano la morte di Lessing. La raffigurazione dello scheletro non doveva rappresentare obbligatoriamente la personificazione della morte. Lo scheletro poteva essere semplicemente uno scheletro, o altro ancora.

Torniamo a parlare di Lessing. Lo facciamo questa volta analizzando il suo scritto “Come gli antichi hanno raffigurato la morte” contenuto nel libro “Opere filosofiche”. Un’interpretazione acuta e stimolante sull’iconologia della Morte.

Come gli antichi hanno raffigurato la morte

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Nella prima parte del libro “Opere filosofiche” Lessing tratta argomenti di estetica, cominciando a parlare come prima cosa, dei trattati sulla favola, poi del Laocoonte e infine dell’argomento riguardante la raffigurazione della Morte nell’antichità. Per antichità si intende l’antica Grecia e l’antica Roma. Lessing ci presenta il suo scritto come una risposta alla critica ricevuta da Christian Adolph Klotz il quale aveva criticato l’affermazione lessinghiana del Laocoonte, secondo cui gli antichi non hanno mai raffigurato la morte con uno scheletro. Ovviamente Lessing non voleva dire che gli antichi non avessero mai raffigurato uno scheletro, ma che questo non rappresentasse per loro la Morte, bensì altro come vedremo, l’anima di un defunto (larva).

Sappiamo bene come Lessing se la prendesse con coloro che vengono meno alla libera discussione. Non perché sono convinti di possedere la verità, quanto piuttosto perché credono che i loro avversari siano in malafede, e quindi cercano consapevolmente di far passare la loro non-verità per verità.

Riportiamo qui di seguito il passo criticato da Klotz.

Gli artisti moderni hanno totalmente dimenticato questa somiglianza che il Sonno e la Morte avevano presso gli antichi ed è diventato comune l’uso di rappresentare la morte come uno scheletro, o al massimo come uno scheletro ricoperto di pelle.

La raffigurazione dello scheletro non doveva rappresentare obbligatoriamente la personificazione della morte. Lo scheletro poteva essere semplicemente uno scheletro, o qualcos’altro ancora.

Le antiche rappresentazioni della morte

Lessing prosegue nella sua accesa risposta al Signor Klotz affermando di essere in grado di dimostrare due concetti importanti nella storia dell’arte. Primo, «che gli artisti antichi rappresentavano la morte, e la divinità della morte, davvero sotto un’immagine totalmente diversa dall’immagine dello scheletro». Secondo «che gli artisti antichi quando rappresentavano uno scheletro, pensavano con questo scheletro a qualcosa di totalmente diverso dalla morte e dalla divinità della morte.»

La Morte come sorella del Sonno

Prima dei memento mori, degli scheletri, come ci si immaginava la Morte? Uno dei più antichi testi poetici che descrivono l’immagine della Morte è rintracciabile nelle opere di Omero. Il famoso poeta greco, autore dell’Odissea, ce la presenta come la sorelle gemella del Sonno, entrambe rappresentavano due tipologie di riposo dell’uomo. Nella mitologia greca Hypnos (Sonno) era il dio del sonno, figlio della Notte e fratello gemello di Tanato. Thanatos era la personificazione morte. Infatti su una cassa di legno di cedro nel tempio di Giunone in Elide vi è una raffigurazione dove è rappresentata la Notte nell’atto di stringere a se due fanciulli. I due fanciulli avevano un colore diverso, uno era bianco e l’altro era nero. Il fanciullo nero aveva la particolarità di dormire con i piedi accavallati l’uno sull’altro. I due fanciulli avevano le sembianze di piccoli geni. Non a caso Tanato era visto come un piccolo efebo.

Il sarcofago di Prometeo

Proseguendo nel suo discorso Lessing ci presenta il Sarcofago di Prometeo, opera oggi custodita ai Musei Capitolini di Roma. Il sarcofago in questione è importante perché su di esso è rappresentato un giovinetto alato che, in atteggiamento assorto, accavallato il piede sinistro su quello destro, sta accanto ad un cadavere. Il fanciullo è ritratto nell’atto di fare forza con la sua mano destra, con il capo su una fiaccola rovesciata che poggia sul petto del cadavere mentre tiene con la sinistra una corona con una farfalla.

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Sarcofago di Prometeo, 300 d.C., Musei Capitolini, Roma

Secondo Bellori, che cita lo stesso sarcofago nel suo libro Admiranda Romanorum Antiquitatum Ac Veteris Sculpturae Vestigia (1693), questo piccolo genio rappresenterebbe Amore, perché secondo la tradizione un giovinetto o fanciullo alato doveva per forza essere il dio Amore. Lessing controbatte rispondendo che non è vero e che la figura presa in considerazione rappresenterebbe la Morte. Diversi indizi iconografici portano Lessing a sostenere tale tesi. Prima cosa, l’attributo della fiaccola spenta e rovesciata come simbolo della fine della vita. Anche le ali sono un attributo della Morte, e non del Sonno, prosegue il filosofo. Lo stesso Orazio nel Libro II Sat. I vv. 57-57 afferma «Sev me tranquilla senectus expectat seus morsa tris circumvolat alis» [Se mi attendesse una tranquilla vecchiaia, se la morte mi avvolgesse con le sue ali nere]. La corona che il fanciullo regge con la sua mano sinistra invece, rappresenterebbe la corona dei morti.

Nella civiltà greca, e poi anche in quella romana, la corona veniva posta sulle salme dagli amici e parenti del defunto. Altre corone venivano poi poste anche sui roghi, sulle urne e sui sepolcri. Anche la casa veniva addobbata di corone, soprattutto di mirto e di alloro. Infine l’elemento della farfalla, poggiata sulla corona. Per i Greci la farfalla era l’animale che meglio rappresentava l’immagine dell’anima liberata che si separa del corpo. Nella cultura greco-romana la rappresentavano come una giovane alata chiamata Psiche.

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Antonio Canova, Amore e Psiche, ‎1787-1793, Museo del Louvre, Parigi.

Il piccolo genietto alato, che molto assomigliava a Cupido, non poteva che essere la Morte, il quale era seduto accanto al cadavere. Secondo la concezione degli antichi nessun dio o essere mortale poteva restare vicino ad un cadavere senza esserne contaminato. Tutti tranne la Morte.

«Non mi è consentito vedere i morti, ne contaminare il mio sguardo con l’agonia. Vedo che ormai sei vicino al trapasso», dice Diana ad Ippolito morente nell’Euripide.

Non a caso, durante il rito funebre quando il corpo veniva esposto prima di essere seppellito, i parenti del defunto erano definiti Funestati. Chiamati così perché erano stati avvolti essi stessi dalle esalazioni del cadavere. Una volta effettuata la sepoltura si sarebbe purificata l’aria un particolare rito, la suffitio, consistente nell’esposizione ad una sorta di suffumigio tramite un ramo di alloro fatto passare su una fiamma dei partecipanti.

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Lessing ci spiega inoltre come debba essere esclusa la possibilità che il fanciullo possa essere un Genio dell’uomo. Per Genio dell’uomo si intende il Genius Natalis, o Genio personale, che nella religione romana era una figura centrale nella vita dell’uomo. Ogni uomo ne aveva uno che lo affiancava per tutta la vita, dal giorno della nascita fino alla morte. Quello che poi la religione cattolica avrebbe trasformato nell’angelo custode. Ma attenzione. Il genio personale alla morte dell’uomo che tutelava si separava da esso ancora prima della separazione dell’anima del corpo del defunto. Motivo per cui Lessing esclude questa ipotesi.

La Morte come scheletro

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Trionfo della Morte, 1446 circa, Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

Per gran parte della storia dell’arte, la morte è stata raffigurata spesso con uno scheletro. Pensiamo alla raffigurazione del Trionfo della Morte. Ma quello che Lessing vuole farci notare nella seconda parte del suo scritto, è che un artista antico non sempre quando raffigura uno scheletro pensava alla morte. Pensarla con tale sembianza significa averla in mente con la falce, magari bianca e pallida, con le ali nere e perché no, una spada e delle fauci spaventose.

La rappresentazione che abbiamo appena descritto è tratta dall’immaginario poetico che si è formato intorno alla sua figura. Sono stati proprio i poeti nei loro testi a raffigurarla con caratteristiche terribili, e non la storia dell’arte. Tuttavia, in quasi tutte le descrizioni antiche non si parla mai di scheletri. Salta però all’occhio il fatto che le descrizioni poetiche diano una moltitudine di caratteristiche che l’arte non dà. Ciò accade perché la poesia ha il vantaggio, rispetto all’arte, di poter descrivere una figura in maniera astratta mediante una moltitudine di aggettivi. All’arte viene a meno questa possibilità in quanto creerebbe confusione circa l’iconografia della Morte.

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Gruppo Sant’Ildefonso, I sec. d.C., Museo del Prado, Madrid.

Il soggetto diventerebbe irriconoscibile. Ecco perché le opere d’arte devono essere rappresentate in un certo modo nel tempo per essere riconoscibili. Altrimenti, se si aggiungono più elementi ad un soggetto si rischia di allontanarsi dal significato iniziale. Invece le parole non possono essere fraintese perché avranno sempre quello stesso significato. Prendiamo l’immagine di una farfalla, o una torcia; nell’arte queste figure possono avere allo stesso tempo una moltitudine di significati. Il poeta non ha da temere nulla di tutto ciò, di conseguenza si esprime come meglio preferisce.

Quando si parla di morte per esempio, può fare differenza tra la parola morire e la parola morte. Morire è ben diverso dalla morte. La prima parola indica la condizione che conduce alla morte. La seconda parola la fine stessa. Afferma Lessing che la morte non ha nulla di terribile come vogliono farci credere, al massimo è il modo in cui si muore che può far paura. Nella poesia spesso si considerano entrambe terribili, senza fare distinzione. Eppure i romani, come i greci, una distinzione linguistica l’avevano fatta. I romani avevano trovato due parole diverse: letum e mors.

Stazio diceva: «mille modis leti miseros mors una fatigat» [Infiniti sono i modi di morire, ma c’è solo una morte].

Ecco come la lingua è riuscita in tempi antichi a differenziare una morte terribile da una non terribile.

Giunti a questo punto Lessing si chiede: «perché anche l’arte non avrebbe potuto fare una cosa del genere?». Per l’immagine meno terribile, ossia letum, avrebbe potuto usare il genio. Per quella terribile invece le scheletro. Ma non potevano usare lo scheletro perché esso è qualcosa che viene dopo la morte. La putrefazione del corpo è la fase successiva.

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Cratere di Sarpedonte o Cratere di Euphronios, 515 a.C., ceramica a figure rosse, h.47,5 cm. Roma, Museo Nazionale di Villa Giulia (da Cerveteri)

Perciò, prosegue Lessing, come avrebbero potuto scegliere per questa rappresentazione qualcosa che viene solo dopo la morte? Inoltre gli antichi già nel linguaggio cercavano di evitare termini il più possibile meno infausti per descrivere la morte. Preferivano usare parole come «destino apportatore di morte» e non «morte fatale». L’uso di un’immagine terribilmente scheletrica era assolutamente da escludere. Motivo per cui hanno scelto l’immagine di una figura più graziosa, simile al Sonno, appunto.

Le Larvae nella religione romana

Lessing conclude lo scritto rivelando la vera natura degli scheletri. Essi non altro che delle Larvae, un tipo di anima trapassata. L’immagine della larva è tratto dalla pneumatologia degli antichi dei.

Citiamo la spiegazione che dà Lessing: «dopo gli dèi, essi credevano ad un genere infinito di spiriti creatori che chiamavano daemones. Tra questi demoni annoveravano anche le anime dei defunti, che concepivano sotto il nome generale di lemures e di cui distinguevano due tipi: le anime trapassate di uomini buoni e le anime trapassate di uomini malvagi. Quelle buone erano tranquille e beate divinità domestiche dei loro discendenti e si chiamavano lares. Quelle malvagie, come punizione dei loro misfatti, vagavano inquiete e fuggiasche sulla terra, suscitando nei pii un terrore, negli empi un terrore molesto, e si chiamavano larvae.»

Le anime trapassate venivano dunque raffigurate con lo scheletro. Sono anime malvagie che nell’arte antica solitamente venivano raffigurate con scheletri nell’atto di giocare a corsa con le bighe. I giochi di velocità erano ciò che più gli piaceva fare in vita.

Ne parla Virgilio nell’Eneide dicendo: «l’amore dei carri ch’ebbero da vivi/ e di loro armi, e dei destrieri lucenti al pascolo guardati, ancora li segue/ dopo la morte.» Per tale ragione è comune trovare sulle tombe, sulle urne e sui sarcofagi geni o scheletri che li esercitassero.

Da tali considerazioni emerge nel pensiero di Lessing come la religione avesse col tempo allontanato dal repertorio degli artisti l’antica immagine serena della Morte. Al posto di un giovane efebo alato simile a Cupido, una figura cupa, scheletrica che nulla di buono aveva, riflesso della cultura cattolica. La religione cristiana considera la morte come un evento orribile e doloroso. Solo il miraggio di una salvezza eterna (resurrezione) può allontanare l’uomo da essa. Un dolore, quello cristiano, messo in scena con pathos. Mentre sappiamo che per i greci nulla poteva portare scompiglio, essendo consapevoli che il dolore fa parte della vita.

Ce lo dimostra la scultura del Laocoonte (per saperne di più leggi l’articolo Winckelmann e il Laocoonte): nonostante la morte lo stia assalendo lui mantiene da bravo greco un certo contegno nelle espressioni e nulla traspare all’osservatore se non un dolore trattenuto. Quando sopraggiunge il dolore reggilo ed evita di metterlo in scena poiché tutto ciò che accade è necessario e provvidenziale (‹àbstine sùbstine› ossia «astienti, sopporta», è il motto del filosofo greco Epittèto).

Conclude Lessing:

«Solo la religione malintesa ci può allontanare dal bello e la prova della vera religione, correttamente intesa, si ha quando essa, in ogni caso, ci riporta al bello.»

Approfondimenti

Hai letto il nostro articolo Il Laocoonte tra poesia e scultura? Troverai un ulteriore approfondimento sul pensiero di Lessing, questa volta sulla famosa scultura greca del Laocoonte.

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Una risposta su “Come gli antichi raffiguravano la morte di Lessing”

[…] Nella storia dell’arte troviamo parecchie rappresentazioni della peste nei panni della morte, un terribile scheletro che falcia cadaveri umani. Insieme alla danza macabra, un’altra tematica preferita nella storia dell’arte era il Trionfo della morte (per maggiori informazioni sull’iconografia della morte leggi l’articolo Come gli antichi raffiguravano la morte di Lessing). […]

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